Il 2 agosto 1980 avevo quasi 12 anni ed ero in casa da solo a fare il bagno. La casa dove abitavamo, all’inizio di via Galliera era molto vicina alla Stazione ma stranamente non si sentì nulla dal cortile interno.Esco dal bagno, mi metto l’accappatoio e accendo la televisione: su Punto Radio TV c’è una diretta non stop con l’inferno a poche centinaia di metri da casa. La prima cosa che noto è la scomparsa dell’asfalto del piazzale della stazione, c’è solo terra, poi sirene, ambulanze, la diretta televisiva che annaspa a raccontare l’irraccontabile.
- Cosa le è successo signora?
- ero sotto un mucchio di cadaveri
- e poi cos’ha visto?
- ho visto uno senza testa
Mio padre è direttore dell’ospedale psichiatrico e lavora anche di sabato mattina, la televisione dice che non bastano i posti letto, che gli ospedali chiedono aiuto e così io faccio, nella mia ingenuità di 12 enne: faccio il numero del direttore. Mio padre mi risponde con la voce più cupa che io ricordi:lo so, so già tutto.
Dobbiamo partire: mia nonna è ricoverata in ospedale in Umbria per altre ragioni. L’indomani mattina all’alba ci mettiamo in macchina ma prima facciamo una visita alla Stazione, rimasta inaccessibile per tutta la giornata precedente.
Viaggiavamo spesso in treno, volevamo e vogliamo bene alla stazione, alle FS e a quei treni grigio topo che odoravano di metallo e sudore. Ci abitavamo vicino, amici e parenti venivano spesso dalla Stazione a casa nostra e noi li accompagnavamo spesso. Faceva parte del nostro mondo.
Adesso, all’alba del 3 agosto vediamo un piazzale irreale, ferito, senza asfalto, con le transenne e le ruspe ma già pulito, dignitosamente liberato di quella scena di guerra che ha segnato Bologna per sempre. Silenzioso, con al centro una buca e i primi fiori.
Partiamo. La cicatrice di Bologna inizia a formarsi anche in noi.
Ricordo condiviso da Federico (Bolso)via> Contribuisci